La campagna elettorale per le
amministrative è da tempo aperta, eppure un elemento fondamentale
risulta assente, come derubricato: le donne.

Prendiamo a paradigma le
vicende del capoluogo, Bari. Fatta salva la candidatura di una
magistrata in aspettativa che corre sotto le proprie insegne, dalla
società, cosiddetta civile, non si batte un colpo. La maggioranza
della popolazione – cioè le donne - che, secondo autorevoli
economisti, se coinvolta in attività produttive e in politica
porterebbe a recuperare almeno un paio di punti di Pil, tace. Di chi
è la responsabilità? Della politica o delle donne? Vediamo. Ci sono
almeno tre punti da osservare sotto la lente di ingrandimento. 1) A
Bari la campagna elettorale al momento appare una riedizione di
quanto già visto in precedenza. E in precedenza cosa è accaduto? I
risultati della scorsa tornata amministrativa, ci ricorda
l’associazione “L’Arca” sul suo sito, sono questi: “La
presenza delle donne in Consiglio è al 6,5%, al di sotto della già
bassa media nazionale che è del 10%”. 2) Dai candidati sindaci in
campo, non arrivano segnali verso l’universo femminile. Solo Mimmo
Di Paola, del centrodestra ancora diviso, ha dichiarato - in
occasione dell’incontro con l’associazione “Murattiano” - che
rispetterà la proporzione del 50/50 per la composizione della giunta
in caso di vittoria. 3) La vera novità di questa tornata elettorale,
poi, il voto con la doppia preferenza (introdotto
per rispondere alla sottorappresentazione delle donne nelle
istituzioni con la legge
n. 215/2012) presentato come panacea di tanti mali, nasconde
delle insidie per le candidate. Consente, sì, ai cittadini
dei comuni superiori ai 5000 abitanti di esprimere due preferenze per
i candidati consiglieri comunali di sesso diverso, ma ha più chances
di funzionare per le donne se si baserà su un’alleanza a due in
campagna elettorale. E chi troverà il modo di far coppia con i
maggiorenti del partito avrà più possibilità di essere eletta.
Anzi, è facile immaginare che saranno proprio i detentori di voto
(quasi sempre uomini) a pesare sulla scelta delle candidate. Il
risultato è che avremo certamente più donne in Consiglio, ma poco
libere nelle proprie scelte. Con queste premesse, quale appeal può
avere per le interessate questa campagna elettorale, specie per chi è
alla prima esperienza (cioè quasi tutte, vista la risibile
percentuale di elette)? E’ chiaro,
allora, che alla luce di queste premesse, sono necessari dei
correttivi da parte dei partiti per garantire delle corse elettorali
vere, di cui però non si vede l’ombra. Quali? Questo spetta alla
capacità dei quadri dirigenti stabilirlo. Tuttavia, non potrebbe che
giovare un maggior coinvolgimento delle associazioni femminili dalle
quali accettare proposte di candidature con selezione trasparente dei
curricula di cui render conto agli elettori. E poi magari anche un
breve periodo di “Frattocchie” in salsa locale, a destra come a
sinistra, per insegnare i primi rudimenti della buona gestione
amministrativa. Il compito non è facile, certo. Si tratta di
contemperare due interessi contrapposti: la forza elettorale
necessaria per vincere, propria dei maggiorenti di partito, e la
possibilità di partecipazione trasparente alla cosa pubblica tanto
invocata dai cittadini. Sapranno dare una prova diversa dal passato i
partiti? Quella offerta in occasione della grande mobilitazione
femminile per ottenere la modifica della legge elettorale regionale
verso un riequilibrio di genere, sostenuta con entusiasmo dal
Movimento 50/50, è stata la peggiore possibile. Allora, si
assistette in aula ad uno sciocchezzaio di stampo medioevale e a
mascherate viltà. E le donne non dimenticano. La posta in gioco è
alta, perché si potrebbero perdere ulteriori pezzi di elettorato già
deluso. Senza una ricucitura vera con il mondo femminile, l’appeal
ritrovato di recente dai partiti con Renzi o Berlusconi potrebbe
essere interpretato solo come l’ennesima prova di maquillage
politico.